“Tutto bene?“; “Non si preoccupi“; “Sentirà solo un pizzico“.
Dietro rassicurazioni come queste può nascondersi l’effetto nocebo: il meccanismo per cui un’aspettativa negativa genera disagio o sintomi reali.
Lo descrive una rassegna scientifica del 2026 che ha esaminato oltre cento studi sulla comunicazione in ambito sanitario: in questo articolo vediamo che cos’è l’effetto nocebo, perché lo studio dentistico è un contesto in cui può emergere e, soprattutto, cosa significa, e cosa non significa, per chi si siede sulla poltrona.
Che cos’è l’effetto nocebo
Quando ci aspettiamo dolore, fastidio o un effetto collaterale, possiamo arrivare a percepirlo davvero, anche se nulla, dal punto di vista fisico, lo giustifica: non si tratta di immaginazione o di “farsi venire i sintomi”, l’effetto nocebo è un fenomeno concreto, costruito nel tempo attraverso l’esperienza, l’apprendimento e il modo in cui le informazioni ci vengono comunicate.
Rassicurare un paziente sembra sempre un gesto positivo, e nella maggior parte dei casi lo è: ma, in certe condizioni, una rassicurazione ripetuta può ottenere l’opposto di ciò che si propone.
Domande continue come “sente dolore?” o “tutto bene?” possono, paradossalmente, spostare l’attenzione proprio su quelle sensazioni, suggerendo che ci sia qualcosa di cui preoccuparsi: si crea così una specie di circolo per il quale il disagio spinge a rassicurare, la rassicurazione aumenta la vigilanza, e la maggiore attenzione al corpo alimenta il disagio.
Perché tutto questo riguarda da vicino lo studio dentistico?
Perché l’odontoiatria riunisce diverse condizioni che possono amplificare l’effetto nocebo: il contatto ravvicinato, la posizione sdraiata, la bocca aperta che limita la possibilità di parlare, l’attenzione concentrata su ogni minima sensazione.
A questo si aggiunge la storia personale di ciascuno: chi ha vissuto esperienze sgradevoli in passato arriva con aspettative già orientate, che il linguaggio può riattivare; vale ancora di più per i bambini, particolarmente sensibili al tono e alle parole degli adulti.
Rassicurare fa male? No, ma conta il “come”
Attenzione a non trarre la conclusione sbagliata: il dentista non deve smettere di rassicurare o di spiegare, e non vuol dire nemmeno che la comunicazione sia un pericolo. Lo studio dice qualcosa di più sottile, ovvero che le parole non sono un “contenitore” neutro, ma sono parte attiva della cura, e per questo vanno usate con la stessa attenzione che si dedica al resto.
Una rassicurazione calibrata, che restituisce controllo invece di toglierlo, può tranquillizzare davvero mentre una rassicurazione meccanica e ripetuta rischia, in alcuni casi, di ottenere l’effetto opposto.
La buona notizia è che la comunicazione funziona nei due sensi: anche il paziente può contribuire a renderla più efficace, per esempio dicendo al dentista come preferisce ricevere le informazioni; c’è chi si tranquillizza conoscendo in anticipo ogni passaggio e chi invece preferisce poche parole essenziali.
Si può concordare un segnale semplice (ad esempio alzare una mano) per fermarsi quando se ne sente il bisogno: spesso è il senso di controllo, più della rassicurazione verbale, a ridurre la tensione, e se l’ansia dal dentista è importante, parlarne apertamente prima di iniziare è già un primo passo utile.
Una questione di sguardo d’insieme
C’è un filo che lega tutto questo al modo in cui guardiamo alla salute orale: la bocca non è un distretto isolato. È collegata al resto del corpo, alle emozioni, allo stato d’animo con cui ci sediamo sulla poltrona.
Riconoscere che anche una frase può influenzare come viviamo una visita significa, in fondo, prendere sul serio la persona nella sua interezza.
Fonti
O’Brien O.K., Donnell C.C., The “Are You OK?” Paradox: A Scoping Review of Nocebo and Negative Suggestion in Healthcare Communication, Dentistry Journal, 2026; 14(5):274. Articolo ad accesso libero. DOI: 10.3390/dj14050274
[Direttore Sanitario: Dott. Mauro Savio, Tessera Albo Odontoiatri Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Milano n. 4168]

